Ridurre le ULSS, ma salvaguardare i territori

Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, come rappresentato da Francisco Goya in una celebre acquaforte, altrettanti mostri sono quelli che si generano quando si confonde l’interessa della propria bottega elettorale con quello generale dei cittadini.

Tale è infatti il senso della discussione di queste ore in Consiglio Regionale del Veneto sull’emendamento che introdurrebbe nella finanziaria veneta la riduzione delle ULSS a sette, una per provincia. Un sonno, sia chiaro, che contagia a destra come a sinistra.

Stupisce che il Presidente Zaia, che ha impiegato fiumi di inchiostro per illustrare le eccellenze del sistema socio-sanitario veneto, nei fatti smantelli le scelte fatte dal Piano Socio-Sanitario approvato non più tardi di due anni fa che definiva precisi criteri per l’organizzazione ottimale dei servizi. Stupisce anche la corsa di qualcuno, in entrambi gli schieramenti, a essere più realista del re.

Beninteso, nessuno deve sottrarsi ad una riflessione giusta e doverosa sull’adeguamento dei livelli ottimali dei nostri servizi socio-sanitari, a partire anche dalla rivisitazione del numero delle ULSS. Tra l’altro, una serie essenziali di funzioni è già gestita su scala vasta provinciale, se pensiamo ad esempio agli Hub ospedalieri per l’acuzie ad alta specializzazione e alla rete di urgenza/emergenza del SUEM. Ma il piano corretto su cui collocarsi deve essere quello di pensare l’organizzazione del sistema socio-sanitario in funzione della risposta alla domanda di salute e benessere psico-fisico della popolazione. La Regione Veneto, in anni di ben più alta lungimiranza, concepì l’integrazione socio-sanitaria come scelta strategica per l’erogazione dei servizi alla persone.

Se questa scelta è ancora valida – e noi crediamo che lo sia – è senz’altro possibile accorpare e ridurre funzioni di natura amministrativa o servente, ma il corpo fondamentale dell’assistenza territoriale e distrettuale, la rete delle strutture intermedie e delle medicine di gruppo integrate, devono articolarsi su ambiti ottimali non più vasti di 250.000/300.000 abitanti, fatte salve anche le specificità territoriali di Venezia e della montagna.

Ogni ipotesi di rivisitazione del sistema dei servizi e delle ULSS non può inoltre prescindere dal riequilibrio delle risorse del Fondo Sanitario Regionale nei trasferimenti alle singole aziende. Oggi purtroppo assistiamo ad una condizione di forte disequilibrio e iniquità nella distribuzione di tali risorse, che dovrebbero assicurare a tutti i cittadini veneti la fruizione degli stessi livelli essenziali di assistenza. Si pensi ad esempio alla provincia di Venezia, ove insistono le due Aziende più sotto finanziate (l’ULSS 10 e l’ULSS 13) e quella più indebitata (l’ULSS 12) a causa del peso della finanza di progetto dell’ospedale dell’angelo e del padiglione Jona che grava sul bilancio ordinario dell’azienda veneziana.

Da ultimo, un ridisegno così importante ed essenziale per la qualità del sistema socio-sanitario veneto non può essere affrontata senza una discussione pubblica e soprattutto senza il coinvolgimento della comunità delle professioni sanitarie come pure delle conferenze dei sindaci, cui tocca per Legge il compito di responsabili della salute del territorio.

Ce n’è abbastanza per confermare l’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente del Veneto. E per cambiarla.

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