Archivio dell'autore: Gabriele

9 maggio 1978: memoriale per due uomini

Il 9 maggio 1978 veniva ritrovato in via Gaetani il corpo di Aldo Moro, dopo il sequestro da parte delle BR e la prigionia nella sedicente prigione del popolo durata 55 giorni. Fu quello senza dubbio il momento di culmine di quella “notte della Repubblica” (come la definì con acume Sergio Zavoli) che avrebbe segnato la vita pubblica italiana tra la fine degli anni ’60 e il decennio dei ’70.

Pietro Scoppola, uno dei più lucidi storici del nostro novecento, poco prima della sua scomparsa individuò proprio in quel rapimento, e nel suo tragico epilogo, l’origine di quello stallo della vita politico-istituzionale italiana che ne condizionò l’intera vita successiva, e ne impedì nei fatti l’approdo alla maturità democratica e civile.

La scelta dell’alternanza fatta da Aldo Moro tra non poche resistenze del suo partito incrociava . ancorché non fosse immediatamente sovrapponibile – il disegno del compromesso storico delineato da Enrico Berlinguer in quegli stessi anni.

Da prospettive differenti, quella scelta e quel disegno miravano a preservare la democrazia italiana da tentazioni di natura autoritaria e puntavano ad approdare ad un compiuto e duraturo sistema dell’alternanza, in cui fondamentale era il coinvolgimento dei “popoli” che le due forze politiche rappresentavano.

Personalmente, non credo che l’odierna situazione politica abbia del tutto oltrepassato le colonne d’ercole della lunga transizione italiana, e che quindi strada deve ancora esserne compiuta. Per fare tutto ciò, serve riandare a quel periodo, a quei giorni e a quell’uomo, con una rilettura il più possibile corretta, che miri anche a porre in evidenza le contraddizioni di quel disegno. Ma soprattutto con la passione civile per riscoprirne la carica davvero radicale e sconvolgente per quei tempi. Ci sarebbe necessità di questo sforzo, per rielaborare una riflessione davvero seria sulla qualità della vita democratica nella vita di oggi.

Sempre il 9 maggio 1978, a poche ore dalla scoperta del corpo di Moro, veniva ucciso su mandato del boss Gaetano Badalamenti un ragazzo trentenne, Peppino Impastato. Giornalista, animatore di circoli culturali, fondatore di “Radio Aut”, Peppino rappresenta la volontà di non rassegnarsi neppure nel buio più grande delle società del terrore e dell’omertà mafiose, di combattere attraverso la parola (scritta, parlata, rappresentata) l’incultura tipica di ogni subcultura malavitosa.

Aldo Moro e Peppino Impastato: due persone, lontane tra loro le mille miglia per formazione, scelte, caratteri. Due uomini uniti nella tensione di costruire un’Italia diversa, migliore.

La nostra scuola. Due piccole riflessioni.

Avrei voluto scrivere qualche riga di commento e riflessione alle manifestazioni unitarie delle piazze d’Italia nelle quali insegnanti e studenti hanno manifestato la loro contrarietà alla cosiddetta riforma della “buona scuola”.

Non comprendo perché una riforma debba creare una seria A e una serie B dei lavoratori precari della scuola. Né comprendo perché le retoriche sull’importanza strategica della scuola nel tempo della globalizzazione non si accompagnino ad una riflessione seria sulle didattiche, ad un investimento sul ruolo sociale dei docenti, all’investimento concreto sulla continuità scuola-lavoro. Avrei voluto scrivere molte cose, prima di imbattermi nelle pagine scritte intorno alle metà del ’900 dal Piero Calamandrei, esponente di spicco dell’antifascismo, tra i costituenti della Repubblica.

Così ho ritenuto che la cosa più giusta fosse riandare semplicemente a quelle pagine, senz’alcun altro commento…

“Là dove le scuole costano, e può frequentarle solo chi può pagarne il costo a suo carico, l’istruzione si risolve di fatto in un privilegio economico, che è insieme, necessariamente, un privilegio politico. Dove la scuola è solo di chi può pagarsela, finisce coll’essere di chi può pagarsela anche la partecipazione attiva alla vita politica; e attraverso il monopolio economico dell’istruzione il governo democratico diventa in realtà il governo degli abbienti (…) Di tutti i privilegi politici che nella società capitalista la ricchezza conferisce agli abbienti, quello dell’istruzione è il più odioso” (“Il ponte”, II, 1° gennaio 1946)

E ancora, ” da tutta la bassura della sorte umana originaria, dall’incultura originaria dovrà ciascuno poter lanciare su, snodare il suo piccolo stelo per arrivare a prendere la sua parte di sole. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perchè solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali” (discorso pronunciato al III congresso dell’associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950).

Salvaguardare l’assistenza domiciliare del Comune di Venezia. Nessun passo indietro sul sistema di welfare della nostra città

La scelta anticipata dal Commissario straordinario del Comune di Venezia di non erogare più le risorse per l’assistenza domiciliare e tutelare costituirebbe, se confermata, un fatto di eccezionale e intollerabile gravità.

Né il Commissario, né il Governo possono tollerare che siano i cittadini più deboli e fragili della nostra città a pagare il prezzo dello scellerato patto si stabilità che toglie fiato ai nostri servizi, pregiudicando e intaccando il nostro modello di welfare e, soprattutto, le centinaia di donne e uomini che grazie al servizio di assistenza domiciliare possono continuare a permanere nel proprio ambiente di vita continuando ad avere, pur nei limiti della progressiva perdita della loro autonomia, un progetto di vita per sé e per la propria famiglia.

Cardine del sistema di assistenza, profondamente riformato un anno fa con l’istituzione della fondazione tra le principali IPAB della città era proprio questo: mettere a disposizione delle persone in perdita di autosufficienza un servizio che garantisse le azioni della quotidianità per rimanere nel contesto di vita tradizionale, finché possibile. E’ questa la grande sfida della domiciliarità, che va incontro alla necessità dell’umanizzazione delle cure e dell’assistenza alle persone e ai loro nuclei familiari, in una città che fa una scelta netta ed esplicita verso il primato culturale della “cura” nei confronti dell’altro.

Tanto più scellerata è questa scelta, se pensiamo che l’alternativa è il ritorno all’istituzionalizzazione, al ricovero massiccio nelle RSA con costi molto più alti a carico sia della fiscalità generale, sia delle famiglie, nel momento in cui la Regione ha bloccato le impegnative di residenzialità.

Derubricare quella che è stata una scelta politica strategica nella costruzione di un modello di welfare urbano avanzato basato sulla costruzione di progetti individuali di assistenza a “spesa non necessaria” certifica nei fatti il fallimento dell’esperienza commissariale. E attesta anche la sordità e cecità di un Governo nazionale per nulla attento a recepire i problemi concreti e reali di una città come la nostra, che rischia di affogare perché non si vuole tagliare la corda che la lega al macigno dell’irresponsabile patto di stabilità

Auspichiamo in queste ore una mobilitazione straordinaria per correggere la scelta del Commissario, confermando le risorse per l’assistenza, garantendo quindi anche le lavoratrici e i lavoratori impiegati in tale servizio.

Ridurre le ULSS, ma salvaguardare i territori

Se è vero che il sonno della ragione genera mostri, come rappresentato da Francisco Goya in una celebre acquaforte, altrettanti mostri sono quelli che si generano quando si confonde l’interessa della propria bottega elettorale con quello generale dei cittadini.

Tale è infatti il senso della discussione di queste ore in Consiglio Regionale del Veneto sull’emendamento che introdurrebbe nella finanziaria veneta la riduzione delle ULSS a sette, una per provincia. Un sonno, sia chiaro, che contagia a destra come a sinistra.

Stupisce che il Presidente Zaia, che ha impiegato fiumi di inchiostro per illustrare le eccellenze del sistema socio-sanitario veneto, nei fatti smantelli le scelte fatte dal Piano Socio-Sanitario approvato non più tardi di due anni fa che definiva precisi criteri per l’organizzazione ottimale dei servizi. Stupisce anche la corsa di qualcuno, in entrambi gli schieramenti, a essere più realista del re.

Beninteso, nessuno deve sottrarsi ad una riflessione giusta e doverosa sull’adeguamento dei livelli ottimali dei nostri servizi socio-sanitari, a partire anche dalla rivisitazione del numero delle ULSS. Tra l’altro, una serie essenziali di funzioni è già gestita su scala vasta provinciale, se pensiamo ad esempio agli Hub ospedalieri per l’acuzie ad alta specializzazione e alla rete di urgenza/emergenza del SUEM. Ma il piano corretto su cui collocarsi deve essere quello di pensare l’organizzazione del sistema socio-sanitario in funzione della risposta alla domanda di salute e benessere psico-fisico della popolazione. La Regione Veneto, in anni di ben più alta lungimiranza, concepì l’integrazione socio-sanitaria come scelta strategica per l’erogazione dei servizi alla persone.

Se questa scelta è ancora valida – e noi crediamo che lo sia – è senz’altro possibile accorpare e ridurre funzioni di natura amministrativa o servente, ma il corpo fondamentale dell’assistenza territoriale e distrettuale, la rete delle strutture intermedie e delle medicine di gruppo integrate, devono articolarsi su ambiti ottimali non più vasti di 250.000/300.000 abitanti, fatte salve anche le specificità territoriali di Venezia e della montagna.

Ogni ipotesi di rivisitazione del sistema dei servizi e delle ULSS non può inoltre prescindere dal riequilibrio delle risorse del Fondo Sanitario Regionale nei trasferimenti alle singole aziende. Oggi purtroppo assistiamo ad una condizione di forte disequilibrio e iniquità nella distribuzione di tali risorse, che dovrebbero assicurare a tutti i cittadini veneti la fruizione degli stessi livelli essenziali di assistenza. Si pensi ad esempio alla provincia di Venezia, ove insistono le due Aziende più sotto finanziate (l’ULSS 10 e l’ULSS 13) e quella più indebitata (l’ULSS 12) a causa del peso della finanza di progetto dell’ospedale dell’angelo e del padiglione Jona che grava sul bilancio ordinario dell’azienda veneziana.

Da ultimo, un ridisegno così importante ed essenziale per la qualità del sistema socio-sanitario veneto non può essere affrontata senza una discussione pubblica e soprattutto senza il coinvolgimento della comunità delle professioni sanitarie come pure delle conferenze dei sindaci, cui tocca per Legge il compito di responsabili della salute del territorio.

Ce n’è abbastanza per confermare l’inadeguatezza dell’attuale classe dirigente del Veneto. E per cambiarla.